martedì 8 luglio 2014

Paolo Mamone Capria e il gruppo dei "Fab Four" | Spazio Arte: Alessandro Papari e Paolo La Motta - Fabiana Minieri

Fabiana Minieri, Paolo Mamone Capria, Alessandro Papari, io, Paolo La Motta

Di gruppo si parlò, in forma ipotetica, nel 1996, nel periodo della mia primissima collettiva al bar di Port'Alba. L'idea di esporre con altre persone partì da Paolo Mamone Capria che frequentavo da qualche tempo. Alessandro Papari aveva esposto nello stesso bar poco dopo di me per cui ci si incrociava spesso. Era frequente vedere esposizioni di pittura in quel bar: a fine anno accademico gli allievi di Belle Arti esibivano i loro lavori e durante tutto l'anno c'era sempre qualcuno che esponeva, sia professionisti sia dilettanti.
Paolo Mamone era strabiliato dalla tecnica del Papari. Io preferivo di gran lunga i lavori dei miei colleghi dei piani bassi dell'accademia, quelli del corso di Nudo. Loro producevano quadri meno tecnici ma assai più freschi e vibranti. Purtroppo non si poteva organizzare quasi niente con questi ultimi, a parte la mostra di fine anno sollecitata dal prof. Ed era un vero peccato! Così mi abituai all'idea di esporre col Papari, anche se i suoi lavori ipertecnici quanto ipertradizionali, mi lasciavano perplesso: era assai distante dalla mia idea di arte.
L'occasione di cominciare ad esporre insieme ad altri si concretizzò solo nel settembre 1998, con l'apertura dell'associazione culturale Spazio Arte in via Costantinopoli, proprio di fronte all'Accademia di Belle Arti. Ero ancora in vacanza dalle parti di Favignana quando mi telefonarono per chiedermi che quadri avrei voluto esporre: adoro queste cose. Paolo Mamone aveva organizzato la mostra collettiva che auspicava da tempo. Era il momento di rientrare a Napoli. Tornai per il giorno dell'inaugurazione. Alla collettiva c'era il Papari che si era tirato dietro lo scultore Paolo La Motta, un personaggio taciturno che conoscevo di vista da almeno otto anni. Paolo La Motta e Alessandro Papari in quel periodo facevano coppia fissa, sembravano due inseparabili. Cosicché il gruppo era diventato di quattro elementi. Esponendo insieme e frequentandoci, si aprì un certo margine di discussione e confronto. Almeno per chi fra noi prospettava una reale riflessione sul proprio lavoro, dato che ognuno di noi era molto radicato sulle proprie posizioni e poco inclini a vagliarle. Anche in galleria però, potevi incontrare persone interressanti con cui avere proficui scambi di opinioni.
Nel mio caso, quel periodo che per certi versi si è prolungato fino al 2007, è stato molto produttivo. Sia sul piano tecnico, sia su quello poetico, avendo compreso le differenze che mi separavano dagli altri.

giovedì 3 luglio 2014

"La caduta", olio su tela di Gianluca Salvati | Franco Chirico e il Cammino Neocatecumenale di Kiko Arguello | Piero Golia

Nel dicembre del 1995 ero convalescente da un intervento chirurgico dovuto a peritonite e avevo ricominciato a dipingere. Il primo quadro cui misi mano fu un lavoro nuovo, la cui novità consisteva nell'utilizzare tre tele di diverso formato dislocate a distanze tali da comprendere l'immagine dinamica a cui facevo riferimento. L'immagine era la solita foto di calciatori presa dal giornale del lunedì, ma quella foto aveva un suo epos...
Il quadro iniziato in quel dicembre del 1995, dopo l'intervento di peritonite, era La caduta.
Dopo un paio di mesi il quadro era bell'e terminato. Lo portai giù e lo attaccai sulla parete dell'ingresso. Mi pareva che funzionasse, aveva un nonsoché...



La caduta, part. olio su tela - Gianluca Salvati - 1996
In quel periodo, i miei genitori tennero un incontro con alcuni fratelli della comunità del Cammino Neocatecumenale, altrimenti detti neocatecumeni. Franco Chirico era il responsabile di quella comunità di Cammino Neocatecumenale, ma lì, quella sera, non c'era. C'erano in tutto sei o sette persone, compresi i miei genitori. Quando tornai da fuori incassai i complimenti entusiasti di un loro fratello di comunità. Quel signore si era talmente incantato davanti al quadro La caduta che, stando al racconto dei miei genitori, aveva seguito le letture distrattamente. Dissi a quel signore che, qualora avessi partecipato ad una mostra, gli avrei fatto pervenire l'invito.
Franco Chirico, oltre ad essere il responsabile di quella comunità neocatecumentale è anche il principale editore di quel movimento fondato da Kiko Arguello. Per intenderci, Franco Chirico è amico di Kiko. Franco Chirico, principale editore del Cammino Neocatecumenale, con famiglia a Caracas.

Quando, nella primavera del 1996,
ebbi pronti un po' di lavori, li fotografai e portai le foto in accademia per mostrarle al prof e ai colleghi. Era il primo anno che Piero Golia frequentava il corso del Libero Nudo, dunque il lavoro lo mostrai anche a lui e non solo ai colleghi "storici" dell'accedemia. Nel complesso il quadro La caduta riscontrava un certo favore, in particolare tra le persone del cui giudizio mi fidavo. Eppure, quando si trattò di propormi per una personale, nel giugno 1996, il prof dell'accademia scartò a priori quel lavoro dall'esposizione. E non ebbi spiegazioni, cosicché non mi capacitai delle motivazioni di quella scelta.

Il critico Arcangelo Izzo, quel gran testone, aveva addirittura dubitato dell'artisticità di quel mio lavoro: “Che significa?”, mi aveva chiesto. Ma era altrettanto vero che tutte le previsioni del suddetto capoccione si erano dimostrate meno consistenti di una bolla di sapone in una assolata giornata estiva: il riscontro della mia personale del 1996 non lasciava dubbi. Ciononostante il quadro La caduta è l'opera che non ho mai esposto.

lunedì 30 giugno 2014

Cammino Neocatecumenale: Franco Chirico "ritratto a la Jacques Chirac" | Amico personale di Kiko Arguello

Alla mia personale del 1999 portai un quadro su Jacques Chirac. Il lavoro era tratto da una foto del presidente francese presa per strada. Lo scatto era piuttosto insolito, il soggetto era in cammino e procedeva trascinando un braccio, quello sinistro, come per inerzia, mentre il torso era proiettato in avanti. La posa suggeriva che il presidente andava di fretta ma non voleva scontentare il fotografo, o piuttosto, non voleva perdere l'occasione di dispensare una buona immagine di sé. Il gesto del braccio trascinato, a mezz'aria, lo riprendevo in un altro quadro della stessa esposizione, il discobolo. Ma, a parte questo particolare, i due soggetti erano costruiti in maniera completamente diversa. Per il Franco Chirico a la Jacques Chirac, mi ero attenuto alle indicazioni della foto senza troppe novità, con qualche libertà nel trattare la testa. Il discobolo, invece, era inventato fin dal disegno. 

 
Franco Chirico ritratto a la Jacques Chirac, 1999
Alla mostra avevo invitato l'editore Franco Chirico (principale editore del Cammino Neocatecumenale), responsabile della comunità neocatecumenale presso la parrocchia del quartiere (I Padri Rogazionisti - Famiglia Salesiana...), ma Franco Chirico all'inaugurazione non si era visto. Quando mia madre gli aveva commentato l'esposizione, aveva aggiunto che "c'era anche il suo ritratto...", riferendosi al quadro Franco Chirico ritratto a la Jacques Chirac. L'affermazione non era esatta, ma dovetti ammettere che c'era un fondo di verità: volto e capelli arruffati erano più del Chirico che dello Chirac... Dopo essermi attenuto fedelmente alle informazioni della foto, infatti, avevo perso la pazienza e mi ero dato alla libera interpretazione del volto. A quadro terminato ne risultava il Chirico sul fisico dinoccolato dello Chirac.
Che connessioni c'erano tra il presidente francese (di destra) e il responsabile della comunità dei neo-catecumeni dei miei genitori, Franco Chirico? Boh ? La questione non mi riguardava più di tanto... A quei tempi non mi ponevo troppe domande, limitandomi a scandagliare gli imperscrutabili disegni della realtà con gli strumenti dell'arte. 
Franco Chirico è anche il principale editore del movimento neocatecumenale e, come ho scoperto nell'ottobre 2004, la sua famiglia vive a Caracas. 
Franco Chirico conosce personalmente Kiko Arguello, leader e santino ante litteram di quella setta cattolica.
Comunque, nonostante il quasi-ritratto a la Chirac, Franco Chirico non si fece vivo, in compenso, vennero a vedere l'esposizione alcuni amici di suo figlio Fernando Maria Chirico. 

"La pittura è soltanto un mezzo che mi permette di portale alla luce un pensiero grazie all'utilizzo di elementi presi al mondo visibile".
René Magritte 

Elogio del disegno a mano libera | Pittura e tecnologia - Il parere del Papari

Col Papari si parlava spesso di utilizzare il proiettore per la realizzazione del disegno su tela. Lui ad un certo punto si è attrezzato (il Papari è un ragazzo volenteroso). A me l'idea piaceva, ma fino ad un certo punto. In realtà sono a favore di un disegno a mano molto libera, anche se fino ai vent'anni mi credevo negato. E sono contrario anche a sistemi di ingrandimento e riproduzione quali la quadrettatura. Non ho mai affrontato grandi superfici con la pittura figurativa, quindi il mio parere è relativo. Ma sono contrario all'utilizzo di proiettori per i lavori realizzati su tela fino ad un formato di 2 metri di altezza per un paio di larghezza. Anche il Papari, dopo averne sperimentato i risultati su un quadro, sul proiettore è stato molto chiaro: non ha nulla a che vedere con la caratterizzazione che dà il disegno a mano libera. Il cui valore resta incomparabile, nonostante gli strabilianti progressi della tecnologia attuale. Il disegno rappresenta il non plus ultra, specialmente oggi che le immagini fotografiche sono alla portata di chiunque.


Eh?, pennarelli su carta - Gianluca Salvati 2013


domenica 29 giugno 2014

Paolo La Motta e i cani | 1999 - ottobre rosso

Tra i quadri che portai alla collettiva c'erano i miei cani, Kira e Manta. In realtà solo Manta era il mio cane (e che cane!), mentre Kira era sua madre. Dei due quadri Kira era il mio preferito. Innanzitutto per la posa assai plastica che avevo immortalato con una foto. Inoltre, quel lavoro l'avevo costruito a partire da un quadro astratto che avevo ammirato in una galleria: un dipinto bianco e nero basato su una geometria decisamente euclidea, che nella mia tela era diventato un tappeto. Con questo non intendevo svilire l'astrazione, anzi, quel tappeto rappresentava il cuore del quadro. Lavorando a Kira, infatti, avevo rielaborato il drammatico ricovero di 4 anni prima all'ospedale Cardarelli, poi al Cotugno. Di fatto più un odissea che un ricovero. Non mi rendevo conto quando l'ho dipinto, l'ho capito solo in seguito.
Dunque Kira era un quadro concluso. E funzionava piuttosto bene, direi... Era piaciuto al Papari, a La Motta che mi loderà per anni i cani. Il Mamone ne decantò "i rossi cardinalizi...". In effetti ero stato fortunato, anni prima avevo fatto scorte di tubetti della Pallard, una ditta di colori che era fallita. Anche se non c'era molta scelta, per lo più rosso carmine e verde smeraldo, avevo scoperto che quei tubetti ad olio possedevano una resa formidabile, dunque ne acquistai quasi tutte le rimanenze. A buon rendere: negli anni in cui facevo incetta di quei colori la mia tavolozza era molto diversa, variava dal blu al nero, dal giallo ocra al bianco. I rossi non esistevano quasi nei miei quadri, se non come terre. E non esistevano i verdi. Cosicché avevo fatto un piccolo investimento per il futuro... Ed avevo visto bene. Il 1999 è stato l'anno dei rossi. Successivamente ho sfruttato anche le scorte di verde.
Alla collettiva esponevo i lavori fatti per la personale di aprile, ma a quel punto erano abbastanza chiari per me: sapevo quali funzionavano senza ombra di dubbio e quali avrei fatto bene a cestinare. Quelli buoni funzionano tutt'oggi.

Kira, olio su tela - Gianluca Salvati 1999


venerdì 27 giugno 2014

Figurazione e astrazione: lo stato dell'arte | Spazio Arte, collettiva

Non ero d'accordo con Paolo Mamone Capria sul piano strettamente operativo: la pittura può essere benissimo astratta e di ottima qualità, mentre non tutto ciò che è figurativo è necessariamente artistico. Anzi una delle ultime paraculate in fatto di pittura figurativa commerciale è fare largo uso di proiettori. Per avere come prodotto finale delle brutte foto dipinte... E per un fruitore che non capisce niente, un simile lavoro rappresenta in non plus ultra in fatto d'arte: lo riempie di meraviglia; invece, a chi capisce qualcosa, gli dà il voltastomaco... 
Il mio parere non era necessariamente in contraddizione con i miei illustri colleghi accademici, anche se a volte mi pareva metterli in crisi.  Così, con il dovuto rispetto per le convinzione altrui, seguivo la mia strada.

Collettiva ottobre 1999 - il pieghevole


martedì 24 giugno 2014

Sei artisti napoletani a Spazio Arte | Mostra collettiva con Francesco Verio - ottobre 1999 | Testo di Paolo Mamone Capria

Collettiva di sei artisti napoletani: il pieghevole
   
   Questa mostra raggruppa sei giovani artisti napoletani uniti più che da programmi comuni di lavoro (quantunque per alcuni di essi la vicinanza e il confronto sia un dato di fatto) da un comune amore per il loro mestiere, e dal convincimento, molto generale ma non meno caratterizzante, di questi tempi, che l’arte vera e propria consisterà sempre più nella pittura e nella scultura, ed eminentemente nella Figurazione.
    Con questo essi sanno di essere automaticamente in conflitto con l’élite che ancora controlla per larga parte le mostre e il collezionismo, e dà accesso alle celle frigorifere dei “musei contemporanei”; e inoltre essi sono ben consapevoli di lavorare in una città che con un eufemismo si può definire sorda.
    Ciononostante, questi sei giovani artisti vanno per la loro strada, sorretti dalla loro passione, ma anche dalla percezione di qualcosa nell’aria che sta cambiando...

Sei artisti napoletani: mostra collettiva - Il testo


P. La Motta   
P. Mamone Capria
F. Minieri   
A. Papari   
G. Salvati   
F. Verio